AVVERTO GLI AMICI VISITATORI DI QUESTO BLOG CHE, PER MOTIVI DI TEMPO, LA DURATA IN PRIMA SCENA DI OGNI POST SARA' DA OGGI ACCORCIATA A TRE GIORNI. TALE
RESTRIONE E' DOVUTA ESSENZIALMENTE AL NUMERO ANCORA CONSISTENTE DI AUTORI CHE DEBBONO ESSERE PUBBLICATI ENTRO IL 15-08-2006, IL GIORNO IN CUI LA PRIMA EDIZIONE DI QUESTA FORTUNATA RASSEGNA AVRA' TERMINE. MI SCUSO PERTANTO CON I POETI CHE SARANNO CON NOI NELLE PROSSIME SETTIMANE, AI QUALI SARA' (AHIME') TOLTO UN GIORNO DI PERMANENZA.
Torniamo con questa nuova bacheca ai poeti giovani. Ci torniamo con Giovanni Tuzet, un autore ferrarese di raffinata cultura. Dirò subito che la volontà di staccarsi dai codici chic di una simile educazione mi fa avere in simpatia il nostro odierno ospite. Egli, infatti, veramente fa di tutto per giungere a un dettato che parli della gente di tutti i giorni e che risulti farcito di grande ironia e di felici paradossi. Paradigmatico, in tal senso, è lo scampolo che mi permetto di “rubare” all’amico Massimo Orgiazzi, il quale poco tempo fa lo ha pubblicato nel suo blog “Liberinversi”. Il pezzo si intitola “Cambi” e inizia così: “ Dove: lungo la strada che fu, un tempo / un argine / fra ferri rossi, barattoli, immondizie / Ove di fiori il cordone si migliora // … // a formare un cuscino che brilla / per il sole e la cera / Cosa? C’è un fiocco rosa sul cancello / Però: è di un demolitore// …”. Questo stile, che pare “mandare al diavolo” le maniere ortodosse è, in realtà, ossigeno puro, nel panorama della poesia italiana, in cui ci si esprime sì in diversi modi, tutti piuttosto lontani però dalla valenza ironica –uno gotico immaginifico ; l’altro minimale, plastico, perfettamente compiuto a livello di forma, ma aihmé, innocuo come acqua di fonte; l’altro ancora, infine, disordinato a livello di comprensione sintattica (e non si sa se per "arte" o per carenza di ponteggi atti alla costruzione della frase)- . A mio avviso, Tuzet riesce interessante perché veicola il suo messaggio su un reticolo di segno vergato con attenta nonchalanche. A “La costruzione del verso” ha fatto pervenire numerosi frammenti di prosa che lanciano una sorta di storia-romanzo, ma che non perdono di vista la poesia, sia nella musicalità sia nelle intenzioni d’animo. Giovanni si fa, anche in questi lavori, artefice di piccole gioie, malinconie, dolori. Tutto però è mitigato (o drammatizzato) dalla notevolissima cifra paradossale, che, come più volte detto, muove al sorriso e alla volontà di approdare all’entità umana secondo l’impeto generoso della simpatia espressiva
LA CITTÀ IDEALE
Da:
ANELLI
1
Che piacere! In un bar del Liechtenstein una cameriera svedese mi ha preparato un cappuccino delizioso. Era grande come un frappé, schiumoso come una birra, caldo come la polenta. Mi sono felicitato con lei e le ho più volte guardato le gambe. Poi mi sono mandato a quel paese, per il numero di sciocchezze che riesco a dire all’occorrenza. Per fortuna non se n’è accorta: era già impegnata a versare la sangria a un eschimese.
6
Uscito dal supermercato incontro un’amica con cui ebbi una relazione giovanile ma intensa. Mentre mi parla delle sue difficoltà familiari, passa un asiatico che la saluta e si allontana rapidamente con un carrello vuoto. Le chiedo incuriosito chi sia. È fra i suoi inquilini, tipi del Bangladesh che prendono i carrelli del supermercato e li mettono in giardino, credendo si tratti di mezzi di trasporto che si acquistano con il gettone.
7
Un ragazzo accanto a me tornando in treno da Parigi, tutto storto addosso al finestrino, scrive versi dedicati a un lui, a un pene che fa rima con bene. (Me ne sono accorto sbirciando, quando ho visto che si contorceva e stirava come se fosse eccitato). Quando mi ha chiesto di farlo passare e l’ho osservato allontanarsi, ho creduto che andasse a masturbarsi in quei bagni orribili, in uno strano incanto di sporcizia e bontà. Poi ho gettato ancora gli occhi ai fogli e ho visto che anelli faceva rima con monelli.
Da: ZONE RESIDENZIALI
11
C’è un mondo possibile dove i cani sono estremamente evoluti e stanno retti sulle zampe posteriori. Li vedi al bar, conversare al bancone. Ma il problema, si sa, è che ci sono cani di proporzioni molto diverse. Pertanto i bar, i ristoranti, gli uffici, hanno sedie, sgabelli, banconi e tavoli molto diversi a seconda del target di cani a cui si rivolgono. Non si fatica a capire come sia una società classista. Dove i cani più grandi sono i più eleganti. Li vedi, i levrieri nei loro abiti nobili e firmati, prendere con stile le olive e gli aperitivi, nei bar più esclusivi. E i piccoli bastardi fumare le peggiori sigarette, su luridi sofà nelle baracche più sporche.
13
Dove? Islanda. Quando: 21 giugno. Mi chiedo se si viva bene in questa luce. Mi fanno tenerezza, questi vichinghi, hanno le gambe che sono diventate fragili. Come degli altissimi funghi, dei geyser. Parlano un inglese approssimativo, hanno il reddito più alto, il paesaggio più bello, la città più brutta. E l’età del primo rapporto è la più bassa secondo le statistiche. Ora c’è sempre luce: si accoppieranno senza vergogna, penso, dove capita, come giraffe e trampolieri.
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IL BENE
Per distrarmi leggo dei libri scientifici. Ma nessuna ipotesi cosmologica m’interessa davvero, mi solleva, m’illumina. Benché mi sforzi, non riesco a barare col dolore. Solo di lei vorrei sapere. Provo a scrivere queste note, chiedendomi cosa dirne un giorno a sua madre.
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I tempi della gioia, a pochi mesi magari, mi sembrano un passato favoloso, di biglietti augurali, di sconcertanti banalità. Ne trovo ovunque in casa, per cassetti.
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Divorata dal dentro: così me lo spiego. Da grumi verdi, da un orrido nero.
Ne ho cercata una parte anche per me. Bevendo una notte intera per sentirmi, la mattina, arato dal vomito. Come se in questo modo le fossi più vicino, come se anch’io provassi una parte del dolore, come se questo servisse. Mentre è solo un abbandono, di cui vergognarmi.
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Un giorno, le porto delle arance di Sicilia ne ho presa una cassetta per lei, che un profumo di terra e di sole risvegli la stanza. Mi guarda un po’ così, come se fosse malinconica; io non so cosa dire, cosa aggiungere al pensiero che non potrà finirle
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Sua madre sente la colpa allo stomaco: “non l’ho fatta bene”. Le regala una boccetta celeste di acqua di Lourdes. Davanti a tutti rimango impassibile. Poi di nascosto – riserbo del sacro – le faccio croci d’acqua sulla fronte sulle guance sulle mani – benedetta l’acqua che non serve se il destino s’impunta.
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Suo marito e suo figlio s’incontrano da lei quella sera di luglio. Lei fa segno di andare a mangiare, di non tardare ancora. Vanno in pizzeria e hanno accanto un abbronzato e una bionda che non parla. Il marito lo conosce e gli chiede come va, l’attività. Ricorda il figlio un senso di abbandono e miseria, nella luce che calava, la faccia inutile di lei, la pelle crepata di lui, le parole automatiche e il conto alla rovescia
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Giovanni Tuzet (Ferrara, 1972) è laureato in Giurisprudenza all’Università di Ferrara e dottore di ricerca dell’Università di Torino in Filosofia del Diritto e dell’Università di Paris XII in Filosofia della Conoscenza e Ontologia. Attualmente lavora presso l’Università Bocconi di Milano.
Ha pubblicato numerosi articoli e scritti su riviste di filosofia e letteratura. Ha pubblicato tre raccolte di poesia: Suggestioni di poesia (Officina Grafica S. Matteo, S. Matteo della Decima, 1993), 365-primo (Liberty House, Ferrara, 1999), 365-secondo (Liberty House, 2000). Ha pubblicato la silloge Logiche e mancine nell’antologia “Nodo Sottile 4” (Crocetti, Milano, 2004) e un’altra silloge dallo stesso titolo nell’antologia “La coda della galassia” (Fara, Santarcangelo di Romagna, 2005). Con A. Melillo e C. Sciaraffa ha pubblicato la plaquette San Giorgio e il Drago (LietoColle, Como, 2005). Ha curato il volume Simboli in versi (Editreg, Trieste, 2004). È redattore di “Atelier”, rivista di letteratura.
