La poesia di Antonella Pizzo è come presa da furia energetica che equamente si divide in due parti distinte: la prima -tragica, da ultima spiaggia- ha tutte le complicanze che l’esistenza offre all’uomo moderno; la seconda invece, assolutamente godibile, se non addirittura comica, è alle prese con i lati ridicoli del mondo d’oggi. Con tali possibilità espressive, questa nostra amica siciliana può permettersi di dire tutto quello che desidera, senza adontare gli spiriti rigidi e moralistici. Nella sua ultima raccolta, ancora inedita, “ I morti non sono nervosi”, c’è di tutto: spicca il corrosivo in versi –lo sberleffo diretto ed dirompente-; si allude ad un registro alla Palazzeschi, con la descrizione di molteplici specie di fiori, quasi a parafrasare quelli cantati dal grande fiorentino. Emergono assonanze e rime baciate, battute secondo il ritmo di una ballata popolare, con i versi che si allungano e poi tornano indietro, come secondo un’altalena di numeri a volumi sillabici. C’è ancora tanto altro, in questa scrittura ad alto numero di ottani –non ultima la sprezzante ed ironicissima cifra siciliana, quasi si fosse sul set di un film di Germi, tipo “Sedotta e abbandonata”, oppure “Divorzio all’italiana”-. C’è, infine, il gioco funambolico attuato sulla lingua, all’interno della quale, come già detto, le rime e le ripetizioni di frammenti in –ato, -ata, -ate ed altro, fanno da sincope perfetta. Che dire di più se non diramare a tutti voi l’invito a leggere i testi di questa autrice fuori dai giochi a tavolino?
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da “I morti non sono nervosi” (inedita)
Per chi scorre l’acqua nel lavello
per chi è questo gorgoglio festoso?
Nella cucina per te ho starnutito
poi, affettando le cipolle novelle,
ho pianto.
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In questo silenzio che non è silenzio
in una cucina vuota e disadorna
guardo il cerchio sbilenco e immagino il passato.
Sono andati via tutti ed è calato il sipario
ma ancora sento i loro sguardi addosso
e assieme al ronzio del frigorifero che ghiaccia
e al tiritic dell’orologio a muro
mi risuonano indentro parole confuse.
Così questo silenzio non è vero silenzio,
giacché il silenzio non è assenza
ma totale mancanza
è un non esserci mai stati
un frigorifero spento
un orologio senza ingranaggi o mai esistito.
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Spettacolo di seconda scelta
la parola chiave fu ludibrio.
Si modificò la forma madre
e il sipario divenne inchiostro
pochi posti furono occupati ed io
seduta in seconda fila
vidi me stessa e anche la mia faccia
in quella di cugina palliduccia.
Si riconoscono i geni al passaggio del
ciao come stai ora ti bacio
e sulle guance e sulle bocche aperte
e dai che si ricomincia
e invece non ricominciava mai.
Fu quello spettacolo di terza scelta
e terza fila, che il secondo non fu
o non avvenne.
Ora andiamo a guardare i luoghi dell’astruso
latrine pubbliche una dopo l’altra
cessi alla turca, cessi rialzati:
- Lo vedi questo come è colorato
e come scorre fluida l’acqua ai piedi?
Si può affogare in poco mare
quando si è piccoli e non si sa nuotare.
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Uomini testa braccia gambe corpo fili
uomini scatola legata contenente
stanotte mi sono arrampicata assieme ad altra gente
sul lobo stretto di un orecchio grande
salivamo uno davanti e gli altri a seguitare.
Nessuno sapeva dire come
come tornare indietro, come capire
e perché frotte di gente di diversa stirpe
ci veniva incontro e ci impediva il flusso.
- E’ questo l’inferno?
L’albergo in stile Luigi sedici
la porta e una chiave barocca
e nella stanza un comodino pomposo
e nel comodino un cassetto dorato
e nel cassetto un santino merlettato
di un vescovo morto a novant’anni.
Monsignore - c’era scritto - preghi per me che ho molto peccato.
La bambina dai tratti di zingara era dietro un cancello.
- Sono senza madre - disse al bambino che la portò via.
Gli adulti e piccoli saranno divisi?
Perché visiti la mia bocca? I miei denti non erano marci.
Perché mi spezzi i molari e mi frantumi i canini?
Ora non potrò più mangiare.
Le mia labbra sono vuote come incarto di caramelle
nella mia lingua un tubo incatramato
e tappeti di canapa nera sopra stesi.
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E’ un periodo questo che penso alle petunie
sarà per via del nome per quell’assonanza strana
con paturnie. I nomi dei fiori è naturale che siano nomi fioriti
ad esempio rosa e margherita, sono nomi comuni di donne
di donne comuni sbocciate di sera o di mattina nate come tante
poi dimenticate. al mercato però ci sono pure fiori strambi
nati per uno scherzo di natura
o per unione forzata e sono fiori maschi dai nomi esotici e surreali
e per chiarezza ne faccio un breve elenco:
anthurium e aster e lisianthus e anthirrinum
ma è chiaro che sempre preferisco narcisi e girasoli.
Strelizia poi mi piace, mi fa pensare alla strenna natalizia
un po’ alle stelle o alla delizia e a quella liquirizia nera
a forma di scarpone che mangiavo da bambina.
se appartiene alla famiglia delle musacee
ed è una brattea a forma di barca
è solo una combinazione.
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Antonella Pizzo nata a Palazzolo A. (SR) nel 1954, vive a Ragusa.
Ha pubblicato: Il romanzo Di rosso smunto – Prospettiva Editrice, 2004; la raccolta di versi “Fra poco l’autunno” – e book Edizioni Kult Virtul Press, 2004. La silloge in dialetto siciliano “Strati”, CDB Ragusa 2004. La silloge in dialetto siciliano “E su paroli nuovi”, 2004. La raccolta di versi “A forza fui precipizio” (Lietocolle, 2005) “Voci in moto contrario” poesie assieme a Fabrizio Centofanti - e book Edizioni Kult Virtul Press. Inserita nell’antologia “Verso i bit – poesia e computer” - Lietocolle. Inserita nell’antologia del premio Lo stormo bianco 2004 – Edizioni d’if. Una sua composizione è stata scelta da Maurizio Cucchi e pubblicata nel 2004 sul settimanale Specchio allegato al quotidiano La Stampa.
