Chiara De Luca traduce da inglese, francese e tedesco, scrive poesia, saggistica e narrativa. Ha tradotto per Gedit La vita promessa (Bologna, 2004) ed Elogio per una cucina di provincia di Guy Goffette (in preparazione), Tra le mani il divino, di John Deane (Bologna, 2007), poesie di Douglas Dunn per “Nabanassar” e “La Clessidra”, di “Dominique Grandmont e Guy Goffette per “Fili d’Aquilone”. Collabora con “Poesia”.
Ha pubblicato poesie su riviste, tra cui “Le voci della luna” e “Poesia”, nell’antologia La coda della galassia (Fara, 2005) e qua e là in rete.
Ha pubblicato con Fara i romanzi La collezionista (2005) e La mina (stra) vagante (2006) e una raccolta di duetti teatrali sulla rivista online“Orient Express”.
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paesaggi interiori
Y podrás conocerte, recordando
del pasado soñar los turbios lienzos,
en este día triste en que caminas
con los ojos abiertos.
E ti potrai conoscere, ricordando
le tele torbide del passato sognare,
in questo giorno triste in cui cammini
ormai con occhi aperti.
Antonio Machado
Venivo da lontano dentro,
ti portavo negli occhi sacrale
sgomento, fui non sapere,
neve nelle tue mani al disgelo.
Fui fiera, vergogna, e distanze,
delle tante fui una e tu unico
tempio dove officiavo
nel buio il sacrificio del tempo,
bruciando incensi di fedeltà
fascine scomposte d’attesa
neniando pazienza mortale,
tra i denti il pane del desiderio
a spezzare l’osso dell’ingenuità
– sangue stillando esperienza –
a metà.
*
All’inferno entrasti in punta di piedi,
dolore ubriaco per chiave
deposto nel palmo una notte d’inverno,
quando si schiuse lo scrigno
di chiodo, memoria menzogna.
Mi trovasti accucciata
fino alle ossa piagata,
mi sfiorasti brivido acceso
al pulsare del vento,
mescendo buio e saliva,
preparata a fuggire le labbra.
*
Lascia calmo il tuo viso
sotto i miei polpastrelli,
avvertirsi esplorando
lievi le pieghe
sulle palpebre piano.
Le mie labbra sul petto
a scoprire stupite
il sì del respiro.
*
Occorreva ad un fiore l’aprirsi
di terra voragine minima,
scivolare di sabbia, sfaldarsi
di pieghe, acqua da contenere
una doccia di luce leggera
tra i rami fitti dell’albero in cima
a schiudere il cielo.
Piegare le spine, spezzare
con cura, dolente
sottrarsi di foglie sul gambo
stremato da un alito
carcerario d’inverno.
*
Smisura la notte, una falce
di luce non trancia il silenzio,
ferite profonde le pieghe di tenda
dove frugano dita di ombra,
tempo interseca senso
in sconosciuti quadranti e non è
di lancette il passo sommesso
tra le costole e un angolo
solo di letto.
*
Abbracciami stretta se vuoi
dipanare il mistero
sarò un filo e parole
sterile nodo.
*
Piano il cielo di notte
s’incunea in figure a rilievo,
conosci il profilo più vero
mesci nero su nero
spandi volti, a memoria.
*
Ho spine alla rovescia,
conficcano di punta
il ripetersi infine del male chiamato.
Dovrò strappare a brandelli
la corteccia intera e lasciare
legno nudo a respirare,
estirpando solchi d’amore.
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Parla l’ospite:
Caro Gianfranco,
Qualche tempo fa ti avrei detto che la poesia, la scrittura in genere per me è tutto, è la vita, il respiro, ciò che salva, forse pure redime, o se non altro condanna e uccide, per consentirti di rinascere. E fino a qualche tempo fa ci vivevo più dentro, ci sprofondavo, affogavo, anche, magari pure per non sentire, costruire. In realtà poi si annaspa nella vita, e la poesia non offre salvagenti. Devi prima essere buttato nell’acqua, o nel fango, forse pure buttarti, andare a tentoni, cercare una zattera, un ramo cui aggrapparti, che ti ritrascini a riva. Là poi, pieno di graffi, stordito dalla sbornia di dolore, te la smaltisci nel silenzio, e dopo scrivi. Prima vengono i gesti, gli incontri, l’amore, la gioia, l’impazzimento e la solitudine animale. Prima viene quella ricerca disperata della luce che ricordi, perché solo il ricordo ti tiene, di occhi accesi, di parole pulsanti, che la poesia cerca di ritrovare, di custodire. Prima vengono le città, le strade perse, quelle ritrovate, i treni troppo veloci, le stazioni troppo affollate, i bagagli troppo pesanti o troppo vuoti, e poi la poesia che da qualche parte accanto c’era, ma non potevi sentirla, non ti aiutava a portare nulla, non ti salvava dalla folla, ti offriva troppo poco di parole. Perché le parole sono sempre troppo poco, non sostituiscono la vita, ne sono complemento. Le parole sono al servizio della vita, sono in qualche modo strumento. Non sono colori che dipingono qualcosa che non c’è, non sono la vernice, ma il pennello che la spande sulla tela della memoria, che altrimenti sarebbe bianca, o appena macchiata da tracce indistinte, a perdere senso nel tempo.
Risponde Gianfranco:
Dalla voce di Chiara de Luca - tragica e oracolare, spalmata sopra una partitura che si esprime perlopiù in prima persona con forte connotazione sull’oggettività – sortisce una musica tutta costruita sulla nenia, forse a causa degli attacchi di versi uguali, a grappoli, (talvolta, due senari, un’altra volta cinque decasillabi) e anche di riprese con versi alternanti (ottonario + novenario , trama ripetuta per due volte). L’osso del pentagramma è simile a quello di altre autrici, ( Turroni ? Cera Rosco?) ma specialmente svetta come un suo brevetto la simbologia utilizzata in questi testi. Vedo reiterarsi la parola “spina” diverse volte, sia al plurale che al singolare. Noto pure l’uso delle parole “chiodo”, “mistero”, “ferite profonde”, “ossa”, “piaghe” (e suoi derivati). Come dire: tutto quanto un armamentario “cristologico” in piena regola. Non c’è una ragione specifica nel mettere a galla questa connotazione. Dico soltanto che a me è venuta agli occhi. Forse un motivo (recondito) ci sarà. Un attacco in particolare, poi, mi ha messo in allarme per quanto concerne il quadro della Maddalena sul volto di Cristo. Il frammento, pur minimo, dice: “Lascia calmo il tuo viso / sotto i miei polpastrelli/ …”. Talvolta il lettore lascia perdere l’ordito ideato dal poeta e si mette a rincorrere elementi estrosi, ma forse più veri. Voce solenne, comunque, quella di Chiara. Un dettato che parla dalla concavità lunare dell’essere femminile. Al di là delle personali interpretazioni, che, di qualunque tinta esse appaiano, indicano vitalità e valore del verso.
