L'Archeoclubdi Sermoneta & il Comune di Sermoneta organizzano,
Segnalo un’ulteriore uscita de L’arcolaio, secondo un ritmo “iniziale” che ha del frenetico, nel tentativo di fornire, accorpando qualità, la tendenza a “fare” buon catalogo. La quarta uscita della mia casa editrice riguarda la raccolta del poeta Giovanni Turra Zan e s’intitola “Stanze del viaggiatore virale” –un progetto che desterà nel lettore un senso profondo dell’attualità, laddove per attualità si intende “l’avvicinamento del testo al senso metaforico del reale”. Il prefatore Luigi Metropoli pone sapientemente la propria riflessione nel nodo cruciale del lavoro di Giovanni. Metropoli dice: «…La stessa figura del viaggiatore è apparentata a quella del poeta, come s’intuisce man mano che ci si addentra nel testo. […]. Infine il virus, l’infezione che si insinua sottotraccia, come motivo nettunico, non del tutto emerso, e che nella linearità del percorso agisce da fattore contrappuntistico ed elemento perturbante […]. A sua volta il virus non rimanda unicamente ad un contagio biologico, ma al degrado della specie umana, abbrutita dalla società meccanizzata dei consumi, e di conseguenza allo sfascio delle capacità relazionali nonché dello strumento che più di altri presiede a tale capacità: la lingua. …».
Nel libro di Turra Zan si gustano arie da “stazione terminale”, arie da terapie avvelenanti (complici gli effetti collaterali dell’iper-consumismo e dell’ipo-analisi del reale). In questo tipo di stazione vi sono sistemati maxi schermi frontali dove si proiettano trailers di falsi introiti e di fallaci umanità. “Le porte si ampliano” secondo il sereno abbandonarsi di un’aritmetica arrugginita. Consapevoli del loro “esserci”, un “Lui” e una “Lei” si calcolano secondo la dinamica del rapporto divisorio. E’ forse l’amore desueto a trionfare in questa civiltà dell’ultima spiaggia? L’amore che fa scegliere all’uomo la parte del denominatore - del ruolo che mette in evidenza il numero delle volte che l’amante sta nel corpo del suo destino? -
Gianfranco Fabbri
I primi tre testi:
I
il sole sbarca tra pagine di quaderno, oggi
e i nervi a bolo sono soli. soli, nella stazione
si appendono giganti schermi e sulle teste
dei viaggiatori si proiettano trailers. i pollici
hanno occhi di viaggiatori, hanno di un uomo
i movimenti prigionieri, le perdute stanze.
II
lei fa avanti e indietro più volte, non cerca
ma sa come il muoversi del sangue culla,
come assicura l’arrivo, la porta che si amplia
e si vede casa, le sue rotte ad occhi chiusi,
l’aria della notte nella camera aperta.
III
nessuno sa del treno che arriva, né del suo vento
il ritardo. salire fa stipare i pesanti corpi, le pupille
che più male vedono ora le rotte. si ride ed è un peso
che genera fumi per i chilometri di noia. ginocchia
con ginocchia: menischi che s’arrendono al gioco
e fasciati si toccano. le mudra delle mani a ripetere
che vietati sono i ventri.
GIOVANNI TURRA ZAN – STANZE DEL VIAGGIATORE VIRALE – Prefazione di Luigi Metropoli – Collana “Il laboratorio”, pagine 60.
E' leggendo il primo libro di Matteo Fantuzzi – “Kobarid, Raffaelli editore Rimini - che sono riuscito a comprendere come la maggioranza dei giovani d’oggi si possa definire in parte una generazione di persone anche infelici. Tanti sono i blocchi ad un vivere equilibrato, che viene da dire: “O Matteo esaspera una cifra ambientale, oppure ciò che ci appare davanti è uno spettacolo inquietante”. Personalmente ritengo che la verità stia a mezza strada –impegnato com’è, il nostro poeta di Castel San Pietro, ad esasperare toni e caratteri, per renderli espansi e quindi più leggibili al nuovo lettore della poesia. Nelle descrizioni non vi è scampo: si va dalla figlia, ossessionata dalla propria bruttezza, che chiede alla madre un penoso S.O.S (“Dimmelo mamma: (…) // che sono bellissima, come le ballerine alla televisione, // anche se in classe mi chiamano // scimmia e mi gettano in faccia le arachidi. // (…)”), al giovane precario, il cui avvenire è più rarefatto di un’assenza (“E non sai più cosa aspettarti // da questo borgo in mezzo alle montagne // dove la gente invecchia e non fa figli, // che si spopola. E tu che sei il becchino del paese // come tuo padre e il padre di tuo padre … // …”), a chi comunque si senta un fallito a largo ventaglio di sfaccettature (“Ma tu credi veramente d’essere // Un fallito? E io invece cosa sono? //…), facendo così una sorta di lugubre classifica nell’essere più perdente di chiunque altro. Insomma, ce n’è abbastanza per preoccuparsi di un panorama umano quasi perso nel gorgo dell’irreversibilità. Quanto il poeta sente la responsabilità del dire il Vero & Sacrosanto ? quanto invece, come si diceva sopra, sta al gioco rischioso di una amplificazione caratteriale? Dovremmo chiedere ai coetanei di Fantuzzi ( e non solo a loro, ma anche ai genitori) se il poeta appare sincero, oppure se risulta essere il bravo infingitore di una commedia, in parte inventata. Di sicuro c’è l’efficacia del detto all’interno di una scrittura che fa di tutto per abbassarsi al livello di strada, destando anche in tal caso il dubbio che Matteo faccia (abbia fatto) di tutto per parlare come parlano i giovani degli anni Duemila. Ma il “rap” ossessivo che si avverte nella lettura dell’autore porta a considerare il fatto che, in tutta questa spontaneità, vi sia anche una avvertita astuzia da “laboratorio”. La semplicità è disarmante, ma in molti casi è solo apparente. Gli echi da Armitage, da Carver, Burroughs e da altri autori del passato e del Presente anglo-sassone sono i più avvertibili. Concludo allora dicendo che un autore italianissimo parla con efficacia tematica dei problemi dei contemporanei connazionali, usando una cifra stilistica estranea alla tradizione italiana. E’ accaduto (con moduli e respiri assai diversi) a Pavese. Quale effetto potrà avere il Kobarid di Matteo Fantuzzi, ora che il Grande Piemontese è morto da quasi sessant’anni e il mondo è stato rivoltato come un calzino?
Gianfranco Fabbri
MATTEO FANTUZZI - KOBARID - RAFFAELLI ED. RIMINI -Postf. di Gilberto Finzi
La poesia, oggi, tenta una presa di posizione un po’ più rumorosa, rispetto a certe altre passate stagioni. Il periodo che viviamo, in effetti, porta all’uso di una penna fibrillante e a uno stile sopra le righe, anche se di equlibrio precario. Ecco la parola giusta. Ogni cosa che appare oggi prelude a forme comunicative labili, eppure chiassose. Ne deriva un panorama editoriale ipertrofico e nel contempo astenico. Insomma, siamo di fronte a un Polifemo affetto da debolezza alle gambe, nonostante i pranzi pantagruelici a base di eccentrici navigatori. Traggo oggi dalla “buca delle lettere” diversi libri di poesia; sono giunti copiosi nel giro di due o tre giorni – come funghi cresciuti dopo le abbondanti piogge. Gli stili appaiono talvolta vicini, talvolta invece agli antipodi. Poco frequentata è la cosiddetta “via di mezzo” (poco di moda, in un periodo come il nostro).
E allora eccoci al settantenne Gian Citton con la sua “DEVOZIONI MUSICALI PER VECCHI FAN”, un libro assai dignitoso, pubblicato dall’editore faentino Mobydick e introdotto da Enrico Capodoglio. Fa piacere leggere un autore che, al di là del soggetto plurale o singolare, rinuncia all’auto-dettato e all’auto-rimembranza per dirigersi verso uno spazio, anche originale, anche raffinato. Preferisco spiegarmi meglio facendo un piccolo elenco di titoli. Eccolo:
- Frank Sinatra a settant’un anni;
- Billie Holiday 1 e 2 ;
- novenari per Louis Armstrong;
- Schubert, e via avanti, fino a:
- Keith Jarret;
- Mahler
e alla sezione intitolata “Tre variazioni su voce femminile”, all’interno della quale si possono godere definizioni sulle voci di Judy…Diana …e Barbra [// le mie balie pienotte e compiacenti //… ].
Un libro, questo di Gian Citton, che recupera certi silenzi e alza note ormai “classiche”, appartenenti ad altre temperie, destando così nel lettore un motivo di struggimento e di ammirazione; soprattutto là, dove i versi tendono a mimetizzarsi nell’”intenzione” musicale dell’artista prescelto.
A pagina 31, il nostro poeta esordisce così:
Des Abends
(Phantasiestücke op.12 n.1, di R. Schumann)
„Mai passeggiata la più lunga e lenta
né più infinita melodia errabonda
tutta notturna come i tuoi autori,
perseverante come al “grande amore”
(…)
Insomma, nel panorama ora “gotico” e “borchiato”, ora confusionario e anglosassone, infine “gemmeo-sontuoso-d’un pizzico filosofico q.b.- non dispiace leggere Citton –sia come poeta che come creativo critico musicale a 360 gradi-.
Mentre fuori l’universo mondo si scanna e si inganna, mi piace pensare a questo signore seduto nell’auditorium di un liceo musicale, tutto intento a godersi in santa pace una cascata di note ormai divenuta preoccupatamene desueta.
Gianfranco Fabbri
VECCHI DISCHI DI JERRY MULLIGAN
(In quartetto con Chet Baker, 1952-’53)
Nei tre minuti d’un settantottogiri
piccole cattedrali protestanti
(si officia con organo e con canto)
sono le miniature del baritono
che contrappunta il cantos firmus
della tromba in sordina di Chet Baker
come il dialogo di un vecchio e di un bambino.
E c’è un bambino in riva al mare
che fa le sue cupole di sabbia
dove l’onda si scioglie alla battigia.
Il bimbo aspetta ogni tre minuti l’onda
(la più lunga che sale) che pareggia alla sabbia
i suoi capolavori capovolti,
per farne in tre minuti altri d’uguali.
**
BILLIE HOLIDAY (I)
(The last recording, marzo 1959)
Alla figura piccola selvaggia
che, sfinita, nel fondo del bicchiere
vede una gabbia di pupe e lombrichi
alla bugiarda
fame di sonno che l’inghiotte
nel buio che si scrosta e che s’illarva
così pigolano i nati di rondine
a singhiozzi dallo sporto dei tetti
la flebile paura della notte.
**
REQUIEM
A Gigi Boe
C’è un mio amico che alloggia in discoteca
tutti i “requiem” di musica seria
usciti in compact – da quindicianni ad oggi –
per ogni dove dell’Europa funeraria.
Il mio amico non è privo di stranezze;
ma chi non ne coltiva di stranezze?
(Come la musica quel rito estremo
interpreti nello sviluppo dei canoni dell’arte,
secondo mode tendenze e avanguardie,
e come lo sviluppo stilistico e i progressi sonori
viavia s’adattino a quello stesso testo,
certo è motivo di “divertimento”).
Ma d’altri requiem la vita si cosparge:
funebri variazioni sullo stesso tema;
e ad ogni morte s’attaglia la sequenza
che avvolge l’ampio arco dell’addio
perché c’è la preghiera, la supplica – c’è l’ira
e il tormento d’usci blindati – e l’offertorio
di reciproche accuse, e la sublimazione
del dolore subito e addossato – e c’è
la pace in fine.
In fine il tutto c’è
che sia sepolto in pace. E che si copra!
e che s’affoghi questa viva morte
col concerto di cento cori e cento
orchestre e “soli” in canoniche sezioni
che leniscano i cancri della mente
che veglia i morti – anche i morti apparenti.
GIAN CITTON – DEVOZIONI MUSICALI PER VECCHI FAN – Collana “Le nuvole” dell’editore Mobydick, Faenza, Pagg.58, prima edizione: aprile 2008
NOTA IMPORTANTE: TENGO A SPECIFICARE CHE SU "PRIMO PIANO" DEL SITO ARCOLAIO MIO FRATELLO CARLO HA INSERITO UNA STRISCIA MOBILE DI SCRITTURA DALLA QUALE E' SALTATA LA CODA FINALE CHE COMPLETA L'ANNUNCIO DELL'EVENTO DEL PRIMO LUGLIO PROSSIMO. MIO FRATELLO, GESTORE TECNICO DEL SITO, E' FUORI CITTA' E QUINDI NON MI RIMANE CHE CORREGGERE ADESSO, IN MODO UN PO' MALDESTRO, ALLA BENE MEGLIO. LA PARTE MANCANTE RIGUARDA LA PARTECIPAZIONE DEI POETI GIOVANNI TURRA ZAN E ROBERTO CECCARINI, AUTORI CHE A QUELLA DATA AVRANNO GIA' PRONTI CON ARCOLAIO I LORO LIBRI. APPROFITTO INFINE DI QUESTO SPAZIO PER AGGIUNGERE DUE NOVITA': LA PRIMA RIGUARDA LA CURATELA DELLA PRESENTAZIONE, CHE VERRA' ATTIVATA, OLTRE CHE DAL VALENTE MARCO VIROLI, ANCHE DAI POETI MATTEO ZATTONI E FILIPPO AMADEI. LA SECONDA RIGUARDA INVECE L'IMPOSSIBILITA' DEI POETI LORENZO CARLUCCI E FRANCESCA SALLUSTI DI ESSERE PRESENTI, QUEL GIORNO, PERCHE' IMPEGNATI ALL'ESTERO.
MI SCUSO PER QUESTA MIA MANCANZA, DI CUI NON MI ERO AVVEDUTO.
VOSTRO GIANFRANCO
La terza uscita Arcolaio è oggi una realtà.
Da pochissimi giorni, infatti, è uscito il libro di Lorenzo Carlucci, “Ciclo di Giuda e altre poesie”, inserito nella impegnativa collana “Il laboratorio”.
Per comprendere a pieno questa raccolta sarebbe utile leggere con attenzione l’ampia postfazione di Matteo Veronesi, della quale inserirò alcuni passi salienti. Lorenzo si affida al suo punto di vista, per quanto riguarda il personaggio forse più torturato (e torturante) della storia dell’umanità. Il colore del tradimento e l’amore autentico per Cristo sono stemperati, a mio avviso, da un dire dinoccolato e ironico; quasi fosse, il cadavere pendolante dell’apostolo,un manichino o un “modello per un incisore”. “Chi si è impiccato fa da misura ai campi”, sentenzia Carlucci con un’apparente corrosività scherzosa, eppure drammatica. Il poeta, lucido e matematico, passa da un tipo di verso abbassato al linguaggio dell’uomo comunea a quello di chi incede elegante nel solfeggio nobile della tradizione italiana. Di facile incontro sono i quinari, i settenari insieme ai novenari e gli endecasillabi. Ma subito fa da contraltare lo sdilabbramento di versi più lunghi o, inversamente, di peduncoli, talvolta fatti anche di una sola congiunzione.
Libro avvertito alla cultura: ironico ed anche aristocratico. Uno sperimentare posto al di fuori della seriosità della stessa ricerca.
Ecco un testo tratto dalla raccolta.
Dalla sezione “ I. Ciclo”
sembri un modello per un incisore
rèstati fermo, su
visto da dietro, traditore
non meno sei composito
del tuo nostro Signore
de la Sua umanità
stai fermo e stai composto
stai come il pendolo
tieni il contegno
di una eternità
né vita a terra né
la contenanza
per perder passo
d’immobilità
né gioia d’uccellino
né gaia età
rubano lacci alla tua cordicella
gaio d’una gaiezza d’impiccato
sei e pure giri, disubbidiente al vento
**
Dalla postafazione di Matteo Veronesi:
IL MISTERO DEL TRADIMENTO. NOTE PER IL GIUDA DI CARLUCCI
“ Il Vangelo di Giuda, di cui le sabbie di Nag Hammadi hanno da poco restituito una versione copta, era già indirettamente noto attraverso gli eresiologi della prima età cristiana. Ne parlava, in particolare, Ireneo di Lione nell’Adversus haereses, accennando ai Canaiti, che, in chiave gnostica, consideravano Giuda un illuminato, profondamente compartecipe dei misteri del divino, detentore di una sapienza assoluta ed arcana, e coinvolto, in modo essenziale e necessario quanto paradossale, nel disegno della salvezza e della redenzione, e celebravano il mysterium proditionis, l’arcano e tragico mistero (forse nel duplice senso di segreto e di rito, di enigma e di festa mistica, di viluppo inesplicabile e di via d’accesso al regno del sacro) del tradimento decisivo e fatale, senza il quale, del resto, il disegno della salvezza sarebbe rimasto incompiuto.
Tacito, assorto e tormentato inno al “mistero del tradimento” è anche questo Ciclo di Giuda di Lorenzo Carlucci, nella cui poesia la ricerca letteraria si fonda su una assidua riflessione intorno al linguaggio, e si sposa ad una insistita ricerca culturale, e ad una inesausta interrogazione logica ed ontologica.
La modernità stessa, del resto, dal Freud del Motto di spirito a Svevo, da Pirandello al Joyce di The Finnegan’s wake, ci ha insegnato che il linguaggio stesso (assuma esso la forma, verticale e anagogica, della rivelazione che allude e nel contempo cela - del simbolo che, diceva Thomas Carlyle, insieme svela e nasconde, addita ed occulta - o, piuttosto, quella proteiforme ed ingannevole della parola ambigua, che significa se stessa, altro e forse l’opposto, o magari le configurazioni apparentemente limpide, marmoree, indubitabili, e proprio per questo potenzialmente mistificanti, del linguaggio formalizzato e del metadiscorso logico-scientifico) è sempre, o può sempre essere, menzogna, sortilegio, incantesimo, abile gioco (ludus, paignion) che simula e dissimula, che trasfigura o nasconde, che sublima o deforma, lasciando intravedere (specie nel caso del discorso poetico-filosofico) le insidiose e multiformi cavità di quella che Nietzsche chiamava “la profondità della superficie”, e che, forse, nessuna lettura potrà mai scandagliare appieno. ..."