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Sono lieto, stasera, di pubblicare il bel post che NAZIONE INDIANA ha voluto dedicare al nostro GIOVANNI NUSCIS e al suo ultimo libro, “LA PAROLA DATA”. La recensione letteraria è opera della penna del bravo MARCO SCALABRINO. Si ringrazia qui sia il poeta-critico, sia la redazione di N.I., rappresentata da FRANCESCO FORLANI. In contemporanea pubblico anche il bell’articolo che ANTONELLA PIZZO ha scritto su “NEL SOLO ORDINE RICONOSCIUTO”, della nostra LILIANA ZINETTI. L’origi-nale della scheda è ospitata sul blog VIA DELLE BELLE DONNE. Un grazie sentito ad ANTONELLA!
Gianfranco
***
Ben oltre gli aspetti evidenti, la sobrietà dell’edizione, le due sezioni, la prima più ampia della seconda la quale per converso di metro mediamente più lungo, la totale assenza dei titoli, mi è parso di rilevare alcuni versi-chiave in questa terza silloge di Gianni Nuscis: Si è smorzata la musica / di anni ritenuti straordinari; Il passato lo si trova ormai
/ pressato in pochi bytes; i tavoli camminano / sotto altri gomiti / verso altre epoche,
note che insistono su un recente passato che dissoltosi si è raggrumato in un minuscolo frantume di silicio, su un presente inimmaginabile appena la generazione prima col quale raffrontarsi, su un futuro che del tutto incurante di noi ci taglia fuori e profila altri protagonisti e altre sfere.
Nel precedente In terza persona, del 2006, si era ragionato dell’“arrembante imbarbarimento sociale, culturale e politico”, e del “tramonto di ogni illusione, del declino di ogni idealità, del dissolvimento di un planetario disegno di società costellata dei valori universali dell’amore, della pace, della libertà.”
Con La parola data, quello stadio è stato valicato: nella tecnologia, il mondo è franto in pixel, nello sfaldamento della società, carcassa, da anni, ad arrugginire, nel disfacimento dell’individuo, Ti scorpori / a poco a poco.
La realtà di oggi, delirio d’aria / che ti avvicina di un morso / all’osso del tramonto, è stata non accettata ma, di necessità facendo virtù, inghiottita d’un sol boccone, digerita, metabolizzata, Non si arrende il quadro alla cornice, l’avversione ad essa accusata e dribblata, gli angoli, / da acuti si fanno ottusi.
L’unico suo irrefutabile retaggio: Ciò che tenevi stretto / l’hai perso.
Cosa rimane? In cosa credere? Da cosa ricominciare?
Non al denaro non all’amore né al cielo, di deandreana memoria.
A guardarsi attorno, lo sguardo lento nel viso di carrubo, c’è poco di consolatorio.
E allora? Allora, Gianni Nuscis, Colpi di tosse / brevi / e vai avanti, riesce ancora a raccapezzarsi e avanza una proposta di resistenza: egli invoca e ci suggerisce la parola. Di più: è pronto a scommettere sulla parola del poeta e sulla sua, addirittura, a giocarsi la faccia. Anzi, ecco, la sua parola è data.
Data perché deputata al Poeta che ne è custode e latore, perché munificamente da questi donata all’umanità intera, perché nell’odierno consorzio sociale le parole assumono il senso e sono valori, dati telematici, data; da raccogliere, elaborare, veicolare organicamente.
La Poesia organizza il cosmos epèon, il perfetto universo di parole; ma, Gianni Nuscis lo sa bene, come per ogni seria disciplina, e la Poesia non sfugge alla regola, occorrono studio, applicazione, consapevolezza. D’altronde, la parola, la Poesia sono, per lui, prassi necessaria, indifferibile; urgenza di “scovare” una sua propria originale espressione che coniughi il sentire delle “cose” e il dire le stesse in maniera sempre inattesa. La scommessa è la
medesima da migliaia di anni. E la ricerca della parola nuova, da migliaia di anni, è percorso accidentato, faticoso, che impone passi progressivi, che si perlustra in solitaria malgrado tutti e tutto e la cui meta … la cui meta allorché raggiunta, alla luce del poiein, la creazione, è motivo di vivissimo stupore, di indicibile felicità, edifica il Poeta.
E poco importa se qua, nel mondo, egli non raggiungerà mai la “gloria” (appannaggio di pochissimi eletti) ; là, nel Parnaso dei Poeti, uno scranno gli è già stato riservato.
Fatti salvi i contenuti, ciascun poeta si misura sul campo degli esiti concreti, da conquistare individualmente. Con tali premesse, gli esiti a mio avviso più felici di questa silloge si ritrovano alla pagina 20, Cade in una nicchia / e tace. Dalla parete / vitrea d’una nursery / se non tu, altri / lo attendono nuovo / lo sconosciuto che / dopo un poco / a qualcuno somiglia; alla pagina 35, Se fossimo uniti / i pochi condomini che siamo / sarebbe una battaglia vinta. / Ma non c’è grido che si somiglia. / Un’auto abbandonata nel cortile. / Le ruote, prima, poi il motore / rubati, spariti. Rimane / la carcassa, da anni, ad arrugginire / tra proteste continue. / Nessuno che chiami un carro attrezzi / cerchi il proprietario, l’amministrato- / re, spariti chissà dove, e alla pagina 40, Nella periferia di una città / lontana, dura sulle reni, / nella saccenza di mani e voci / sarà dato riconoscerti. / In un tempo che allunga / code e denti taglia / orecchie / la coperta del cielo / tirata via da rondini, là dove l’impianto, i motivi sociali ed esistenziali, la suggestione determinata dalla parola e in sé e in relazione al suono e alla posizione, convincentemente si combinano con gli slanci lirici. La
scrittura, specchio del contesto convulso che la produce, è singultante, strutturata per accumulazione, accentuata dal ricorso al verso libero.
Non c’è aria che non sia stata respirata. Ma, vivaddio, la sintassi rivisitata l’arricchisce di vitale ossigeno e Nei giorni di festa ci si conta.
MARCO SCALABRINO
C’è nella poesia della Zinetti un forte senso di perdita, di dolore, quasi di disperazione, di incompiutezza, si legge l’incapacità a fermare il tempo, la vita, e nulla serve e neppure le parole.
“Servirebbe non pensare allo scricchiolio/delle cose, al cedimento di ossa e profili” e poi ancora “La mano scrive nel buio/ciò che sta sospeso e trema”.
In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Ecco la Parola creatrice, che chiama all’esistenza il nominato, le cose esistono quando vengono nominate ma anche noi per esistere abbiamo bisogno di rapportarci con l’esterno, con le cose, con le persone e di chiamare ogni cosa con il proprio nome. E’ quello che secondo me fa Liliana Zinetti coi suoi versi, nomina le cose per afferrarle, per farle sue, per non restare con le mani vuote, per scongiurare il nulla, il niente, il vuoto assoluto, il buio che nasconde le cose, la notte, il grigio che offusca i colori, il tempo che tutto distrugge, l’afasia che è il nulla assoluto. “L’immobilità delle cose/cede all’esattezza di un nome”. Ma il percor-corso è arduo e difficile, la poeta esprime la paura di non riuscire a completare quel percorso perché troppo doloroso, ciò si avverte proprio all’inizio della raccolta, giusto nel verso che la apre “Le mie parole sono farfalle insanguinate” esprime la fragilità propria di una farfalla, ancora più fragile, se la stessa addirittura sanguina, e anche la caducità delle cose nella neve che si scioglierà.
Scriviamo infatti “poesie sulle lamine delle foglie” foglie che in autunno cadranno dall’albero e si perderanno nella terra senza lasciare traccia alcuna. Trovo che
questa raccolta sia omogenea e coesa, la poesia della Zinetti è pulita e non lascia spazio a voli pindarici e di fantasia, poesia delicatissima che non vuole essere poesia che “stupisce con effetti speciali” per nascondere il nulla che si intuisce in certe poesiole che circolano in rete di autori anche conclamati e acclamati, ma è poesia equilibrata che si alimenta del reale, dei colori della terra, dei fiori, dei colori delle stagioni, di case e di balconi, di panni stesi, di strade e di corpi, e intanto si cerca la parola per dire l’infinito. Mi si passi i termini, forse poco adatti a delle noticine sconclusionate di lettura, per me Liliana è stata una scoperta, credo sia una poetessa vera e genuina, una di quelle che non mente, che non inventa dolori e sentimenti che non prova e che non ha ma che sono espressi solo per toccare le corde scoperte dei lettori.
ANTONELLA PIZZO
Per tutta l’estate i libri de L’arcolaio verranno venduti con lo sconto del 20% e senza
addebito delle spese di spedizione. La promozione, valida sin da oggi, sarà in vigore fino al 30
settembre p.v.

emidio montini presenta il suo ultimo libro "IL PANICO E LA GRAZIA",
sabato prossimo 27 giugno, a Brescia, alle ore 18, alla Libreria BOOK Coffe, in
via Leonardo da Vinci 5.
Affrontare un personaggio come il grande Giorgio Bárberi Squarotti non è per nulla semplice. E impari sarebbe il compito di sistemare scientificamente la sua opera saggistica e poetica. A noi de L’arcolaio è toccata la fortuna di averlo in catalogo –privilegio che non finiremo mai di rimarcare- con questa sua ultima raccolta di versi intitolata “Gli affanni, gli agi e la speranza”, un titolo di cromatica dantesca. Sin dalle primissime pagine il Professore ci introduce in un salone lussuoso, ammobiliato soltanto di una tavola ricca di leccornie stilistiche, più o meno ricavate da quadri famosi, ma anche, e forse più, dalla vita diretta di ogni giorno. Siamo così sobbalzati alla stazione di Modena, o ai piedi dell’Etna, o per le vie di Torino, ma sempre in compagnia di una giovane donna –lisci i tessuti epidermici e sodi i seni- la quale introduce una necessità, una lezione estetica o una semplice morale. I versi si susseguono con grande maestrìa eufonica, laddove si privilegia la cadenza dell’endecasillabo, o comunque quella dei versi nobili della nostra metrica. Si assiste al formarsi di vertiginosi enjambement, quasi fossero, queste rotture sintattiche da un verso all’altro, dirupi ribelli e ricchi di vegetazione selvaggia. Personalmente ho intravisto in queste poesia un po’ tutto l’arco costituzionale dei secoli italiani del verso. Dante, appunto, il Cinquecento e un fitto confine tra ultimissimo Ottocento e tutto il secolo successivo. Vi sono campionate visure montaliane (il giallo, i limoni) e non pochi respiri gozzaniani (la narratività raffinata, cadenzata come un ballo). In questo libro c’è tutta la Terra, tutto il Cielo, tutta l’Acqua. L’elemento fondante di un esercizio ampio, collaudato fino al parossismo; un gusto d’immagini, di certe nature morte –di certi frutti, anche esotici- di rara filigrana. Vi sono i contrasti tra i colpi di luce e gli angoli più bui da potere immaginare: c’è quindi Caravaggio e c’è la musica di Wagner e di Puccini. Molti troveranno questi “Affanni” assai pregni di esercitazione – e può essere vero: ma averne di sperimentatori così! Potessero, i giovani, impugnare di nuovo la penna e fondare i loro modernissimi elaborati su queste basi classiche, eppure fiammeggianti di vita e di allegoria.
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Psyche, forse
La cameriera rosea e inesperta
disordinatamente alla finestra
mondava un mucchio enorme di verdure,
spine di fichi d’india e di carciofi,
indivie, pomodori un poco troppo
maturati, le tonde zucche pèse
da incidere a fatica col coltello,
cavoli e cavolfiori gonfi e grezzi,
le carote invidiosamente oscene,
e le fila dei frutti degli autunni,
le nocciole, le pesche, i melograni,
pere arrossate, grappoli infiniti
di uva viola fra i voli di vespe
sazie e maligne, a pungerle le braccia
chiare; e ora si è ferita e succhia il pollice
insanguinato, è stanca, e ancora ha tutto
il lunghissimo giorno di domenica,
e le hanno comandato di finire
prima di notte, quando uscirà
la nuova luna che fa invecchiare
tutti i prodotti della terra, e sa
che non ci riuscirà, e incomincia a piangere
sommessamente (grandi lacrime
rade e qualche singhiozzo). Si asciugò
in fretta gli occhi con il polso, affranta
e affannata di soppiatto guardando
sempre più spesso la sequenza delle
fruste, dalle più semplici alle più dure
e spesse e anche a quelle doppie e intrecciate
ed infine bagnate nell’aceto
per produrre maggior dolore sulle
natiche tonde e sulle lunghe cosce
di miele e latte.
A Modena, alla stazione
Alla stazione, a Modena, nell’ancora
colmo splendore e arsura dell’estrema
estate, la ragazza bruna e piccola
aspettava nervosa che si aprisse
il treno chiuso e ambiguo, senza segno
di tempo e di partenza verso il nord
e verso il vento occiduo: aveva candida
la camicia leggera, esigua, bassa
la gonna fino alle anche abbronzate,
disposta come pur era a ogni offerta
perché giungesse il ferroviere giusto
e accettasse il biglietto del viaggio
passato, indifferente se per questo
le fosse necessario abbandonare
gli abiti sulla panchina e restare
nuda davanti a altri viaggiatori
rassegnati e tranquilli perché sanno
che il loro futuro è già accaduto,
e quale freccia rossa scatterà
o verde in quell’estrema platitudine
del mezzogiorno.
Torino, 12 settembre 2003
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Da qualche parte, un bar
Nel bar (ma dove? Era Verona, prima
del fremito dell’Adige, fra tre
pioppi un po’ fragorosi, un tavolino
di ferro e, sopra, dubbioso un bicchiere
d’acqua con una breve foglia d’oro
e, accanto, lucida una mela rossa,
o lungo il mare di Viareggio ancora
popolato di nuvole allargate
e candite, nel fluttuare di veli
verdini e gialli e appena il segno nero
rigidamente dritto, che nasconde
oppure acuisce le continue immagini
del timore, o una delle tante piazze
di paese nel culmine di linee
di vendemmie perpetue, caffè vecchi
e slavati coi nomi delle sante
o degli eroi del padrone beffardo
che si avvicina al viaggiatore, offre
biscotti generosi, il vino negro
e le carte del gioco, chiede dove
si possa andare in questo travolgente
punto d’ottobre, e quando il campanile
inevitabile compare e ferma
il tempo d’angeli goffi e colombi
spaventati, si guarda intorno, accenna
vagamente alle ante da serrare
e alla luce che si fermerà,
e altro non c’è più che un vento contorto,
e i rami che si spogliano, la moto
che rapida si aggira e silenziosa
appare sollevarsi nella danza
del nulla della sera): prima o dopo
lentamente da un’icona uscivano,
pallide, due ragazze, bionde entrambe,
e una rimase in piedi, l’altra un poco
illanguidita si appoggiò al tavolo
lucido e spesso, ed infilò la mano
sotto la gonna dell’amica, ed era
anch’ella attenta a accarezzare l’altro
corpo suasivo, e a poco a poco forme
e carne si arrestarono, si fecero
segni figure immagini, e alla fine
il quadro fu compiuto, in fretta giunsero
quattro operai a caricarlo sopra
un carro e, intorno, batteva le mani
ridicolmente plaudendo un esperto
vestito di rosso.
GIORGIO BARBERI SQUAROTTI - GLI AFFANNI, GLI AGI E LA SPERANZA - Postfazione di Augusto De Molo - Ed. L'arcolaio, Forlì, 2009.
DOMANI, GIOVEDI' 18 GIUGNO
ALLA LIBRERIA MONDADORI-DESSI' DI SASSARI
IN LARGO CAVALLOTTI - ORE 18,30 -
GIOVANNI NUSCIS
PRESENTERA' IL SUO NUOVO LIBRO
"LA PAROLA DATA"
EDITO DA L'ARCOLAIO NELLA COLLANA I CODICI DEL '900.
Un altro giovane si è affacciato al davanzale della casa editrice che dirigo. Si chiama Lorenzo Mari, è di Mantova, e possiede a mio avviso una spiccata cifra ironico-paradossale, che non sempre è frequente tra le giovani generazioni. Lorenzo, nel suo libro “germoglio”, intitolato “Minuta di silenzio”, è introdotto da un altro giovane, il trentenne Luca Ariano, il quale sta chiaramente emergendo, sia come poeta che come studioso degli altrui lavori. Ospitare le nuove leve è una precisa strategia de L’arcolaio; una politica tutta rivolta a disegnare le nuove mappature italiane della poesia. Lascio quindi parlare prima il critico e poi l’autore di questo singolare libro. Luca ci dirà del suo approccio a questo tipo di scrittura e Lorenzo leggerà, con la voce mentale della nostra visita sul foglio, di come nasce e si muove una tale raccolta –fornendo peraltro gli intelligenti spunti che spiegano il titolo stesso del suo lavoro-. Seguiranno poi alcuni testi, da me scelti, secondo il gusto del “signor editore”.
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Da: “Lorenzo Mari: oltre il post-moderno”, di Luca Ariano.
“ La poesia di Lorenzo Mari non è facilmente classificabile negli schemi che hanno caratterizzato la poesia del Novecento e i primi anni del nuovo secolo; infatti Mari è un poeta giovanissimo (1984), per quanto possa contare la “giovinezza” in poesia, troppo spesso ridotta ad una mera questione generazionale.
…
In Minuta di silenzio fin dal titolo comprendiamo l’uso del linguaggio che attua il poeta e sarebbe troppo semplice racchiudere il tutto nel puro gioco di parole o esercizio verbale. Nulla di tutto questo può delineare a fondo la poesia di Mari. In esergo subito il poeta ci presenta alcuni “maestri” che ritroveremo in tutta la raccolta (Antonio Porta e Gianni D’Elia) e l’ironia, spesso amara, è il registro che caratterizza fin da subito i primi versi:
// Non ti credo, e non soltanto perché sei / falsa disperazione: tu non lo vedi davvero, / non lo vedi realmente, l’uomo che cade - / Sì - / No, che non lo vedi. - /Sì, - / No. – (…) / Non ti credo, ti sbagli, / non lo vedi. Te ne fornisco prova / appena si schianta. - [L’uomo che cade]”.
In questi versi ritroviamo una certa poesia di Giudici o Caproni, soprattutto nell’uso del verso spezzato; la poesia di mari è una poesia descrittiva, dai toni spesso narrativi, con un sapiente uso del verso lungo (non a caso il primo testo che apre la raccolta è una prosa poetica), come sottolinea Chiara De Luca nella nota alle poesie di Mari uscite nell’antologia “Nella borsa del viandante” /2009/: [… È una poesia che descrive, ora con durezza, ora con lirismo, ora con ironia e disincanto la realtà, senza pretesa di spiegare o comprendere …]”.
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Introito
“Arte dello scarabocchio fatto con gomma e matita, la poesia che si può fare e rifare, ripercorrere come un sentiero sulla neve (lasciando impronte nere, sempre più diverse e divergenti), la parola dell’ubriaco che si lascia conquistare dalla sincerità, nel tranello del mezzo bicchiere, mi ha sempre incuriosito (e questa frase la vorrei riscrivere; è possibile?).
Cerco la ferita che ascolta le proprie lacrime e non si lascia sedurre dal proprio canto, che non si parla sopra, come talk show, ma accanto, tira una riga, al massimo, ma resta – di contro alla rielaborazione del lutto che manca se stessa, e comunque si ripete ossessivamente nell’immagine di questo nostro tempo.
Credo di servire così un monito tanto stupido quanto autoritario – mi fa far professione di un gioco di parole… - ma che accetto: per assumere responsabilità e firmare con la x bisogna qui fermarsi un attimo, prendere fiato e attraversare una minuta di silenzio.
Compulsare le righe del dolore, le note del distacco, con un passo portarsi in avanti, con un altro buttarsi all’indietro; pencolare, a volte dondolarsi, a volte ancora cadere e ridere sguaiati: poiché fuori dal guaio, nel guado del mondo, e più in là nella terra, a torto di pericolo e salvezza, appare – di rado, ma appare – sollievo e sollevamento, nell’incisione della pagina bianca, in viste di future semine”. [Lorenzo Mari].
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Le poesie
L’uomo che cade
(Lo vedi,
l’uomo che cade? –
Che domanda cretina,
tutti lo stanno vedendo, tutti!,
in questo preciso momento. –
E se ne ricorderanno
“come se fosse adesso”,
fossilizzando il gesto…
Ma tu davvero lo vedi,
l’uomo che cade? –
Sì. Vedo anche che a nulla è servita
la lotta quotidiana, la polvere,
la paccottiglia in una nuova forma
d’amore e il movimento del viceversa. –
Non ti credo, e non soltanto perché sei
falsa disperazione: tu non lo vedi davvero,
non lo vedi realmente, l’uomo che cade. –
Sì. –
No, che non lo vedi. –
Sì. –
No. –
(…)
Non ti credo, ti sbagli,
non lo vedi. Te ne fornisco prova
appena si schianta. –
(…)
Ecco, non lo vedevi:
l’uomo morto, contrariamente a quanto sostenevi,
non aveva nessuna mela,
in mano. –
Necessità delle riconsiderazioni
Fermati. Riconsidera
la pagina bianca. Non ci sarà
un’altra volta. Non ci sarà un altro tribunale
tanto disposto a clemenza larga – pavido
di onde concentriche, placido di tempo eterno –
che riscriva gli atti, rimangi le testimonianze,
cancelli le impronte digitali, che – per questo suo bene
che continua a spergiurare –
convochi e riconvochi i monatti.
Come se della lebbra non avessimo avuto
abbastanza – quanto a verità, dico.
C’è un travaglio che conosce
solo l’uomo al banco degli imputati.
Non farlo iniziare, e prendere abbrivio,
non fargli dire la sua versione preconfezionata,
misurata sui tempi stanchi
dell’accettazione del male:
lascialo, piuttosto, trasecolare qui davanti.
Non ridere, soprattutto. Ma fermati.
Riconsidera la sua faccia, di colore
in colore, che, nel pallore finale,
rivela momenti altrimenti passati.
Per la riuscita, devi unicamente
trascinarlo via come peso già morto
un momento prima dell’infarto.
Poiché lo chiamo
l’inganno del punto fermo:
il volto quasi fresco
di parole pensate
con tutto il sudore addietro.
Minuta di silenzio
Di tanti posti, in riva al mare
è dove conta meno il minuto
di silenzio, stretto tra onda
e risacca, accanto alla figura
fetale, a ossa rotte, dell’uomo
che cadeva. Scrivere sulla sabbia
è gesto romantico, meglio le glosse:
tatuate dal sole con certezza,
e più direttamente, sulla minuta
di silenzio (gioco di biglie
che sposta le lettere), sulla pelle
più profonda, sulla lingua riscossa
e bruciata – se è arrivata
sino a questo santuario di fuoco e acqua
in forma di risma bianca
ora lo lascia
con qualche grido,
con qualche piegolina.
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Tragitto della pietra
Il tragitto quando lancio la pietra
non lo calcolo. Accerto solo il fatto
che la strada che prepara
non sia piena di ostacoli. Mi muovo
dolcemente, piano. Adoro la curva:
è forma di tetto, forma di casa. Se sapessi
la piaga che ha lasciato la pietra
sulla mia mano, quando s’è staccata – la forza
dello strappo. Longitudinale.
Manca, trasversale, la croce. La disinfezione
dell’intelletto, nebulizzata ragione.
Muoio – credo –
soltanto quando attacco. E non resta niente,
quale amara fortuna,
nel bersaglio.
LORENZO MARI - "MINUTA DI SILENZIO" - Prefazione di Luca Ariano - Collana "I germogli", pagine 56 - Euro 10,50 - L'arcolaio, Forlì, 2009.